Democrazia Cristiana - Marche
  Sul massacro di Montelupone
 


Il massacro di Montelupone e il vergognoso mutismo della politica marchigiana

 

Jesi, 7 ottobre 2012.

A quale grado di brutalità è giunto l’essere umano nel massacro di Montelupone? Come si possono commettere omicidi così efferati, uccidendo vigliaccamente con decine di coltellate una coppia di anziani, vicini di casa, magari salutati fino al giorno precedente, per rubar loro un pugno di soldi?

Premesso che l’equazione immigrato uguale criminale è categoricamente sbagliata, questo delitto, l’ennesimo di una lunghissima serie commessi da immigrati, conferma come la gestione dell’immigrazione in Italia - sostenuta da una cultura politica irresponsabile e demagogica - sia stata disastrosa. Da un lato, le  scelte di fare le sanatorie, del considerare razzista o xenofobo ogni serio tentativo o programma di riportare a casa i clandestini, controllare le frontiere, selezionare alla fonte chi voglia entrare in Italia purché abbia la fedina penale pulita e la possibilità di sostentamento, di opporsi alla proposta di sospendersi dal trattato di Schengen; queste scelte dimostrano oggi, per l’ennesima volta, tutta la loro fallacità. Dall’altro lato, le palesi inadeguatezza od assenza di programmi educativi per le persone giunte da altre nazioni e culture, ignorando gli avvertimenti provenienti soprattutto dal mondo cattolico riguardanti la cosiddetta «emergenza educativa»; e dire che l’omicida di Montelupone si trova in Italia sin da bambino…

Sono finiti per le Marche i tempi dell’«isola felice», dello stare «in un ventre di vacca», come simpaticamente si usava dire talvolta. Una società così civile, ci vogliono secoli a realizzarla, sacrifici economici, impegno educativo e culturale. È una conquista di civiltà poter lasciare la chiave sul portone di casa. Oggi questo livello di civiltà l’abbiamo perduto, e non per colpa nostra, ma di gente venuta da chissà dove, complici una politica cieca ed irresponsabile, nonché un sistema di giustizia penale assolutamente superato ed inefficace, sia sul piano del recupero che su quello della deterrenza.

La politica degli ultimi vent’anni, sull’immigrazione, ha letteralmente fallito. Essa, ignorando i primi gravi fatti di sangue avvenuti già diversi anni fa, sorda agli allarmi lanciati dalle forze dell’ordine e dai giudici praticamente ad ogni inizio di anno giudiziario, imbevuta della solita retorica anacronistica, utopistica e limitata, a noi marchigiani ci lascia anche questo: aver pregiudicata la nostra sicurezza, compromesse le nostre conquiste di civiltà autoctona, fatta sprofondare la nostra «isola felice».

E non si venga a dare la consueta risposta ipocrita che l’Italia avrebbe bisogno degli immigrati per fare determinati lavori; non è accettabile! Nessuna esigenza di lavoro può giustificare omicidi, massacri, stupri, schiavitù, spaccio di droga, criminalità dilagante. È un costo assurdo, che non si deve pagare. Tuttavia, non passa praticamente giorno in cui ogni principale città marchigiana non registri scontri violenti fra immigrati, con le immancabili coltellate! Ci pensiamo? Ai giovani insegniamo il dialogo e il rispetto, mentre molti immigrati ancora circolano con il coltello in tasca; allucinante! Perciò, nel nostro Paese dovrebbe poter entrare solo chi è preventivamente in regola ed abbia una prospettiva certa di sostentamento.

E la politica marchigiana? C’entra anch’essa, eccome. Perché - ad eccezione di qualche sindaco che si muove, pur con tutti i limiti dei propri poteri - sull’argomento sicurezza, sui fatti delittuosi della nostra regione, la politica nostrana non dice mai nulla. Mai una presa di posizione, mai una condanna forte, mai una presenza di solidarietà accanto ai parenti delle vittime. Questo mutismo è un’indecenza, un atteggiamento di autentica viltà politica, ed un tradimento verso i cittadini, dato che garantir loro la sicurezza è uno dei compiti primari della pratica di governo. Non si tratterebbe di aver tanto un ruolo diretto sul piano del contrasto al crimine, compito che spetta alla Magistratura ed alle forze dell’ordine, quanto su quello delle proposte politiche appropriate, del sostegno morale ai cittadini e del far sentire loro la vicinanza delle istituzioni, esprimendo che contro mostri dalle sembianze umane non sono abbandonati a se stessi.

Non dobbiamo ne possiamo rinunciare alla nostra civiltà, ai nostri diritti fondamentali, a causa di individui entrati arbitrariamente nel nostro territorio. Occorre ribadire che le Marche non cambieranno di una virgola i propri valori, non arretreranno di un centimetro dalle proprie conquiste di civiltà e convivenza, non abbasseranno la propria eccellente qualità della vita - tanto da venir considerate uno dei cinque paradisi del mondo – per colpa di brutali assassini. E poiché l’atroce duplice omicidio di Montelupone è quasi certamente il più grave che abbiamo vissuto nella regione, quello che più di ogni altro precedente ha turbate le nostre coscienze e incrinate le nostre certezze, dovremmo trasformarlo in qualcosa d’altro significativo. Non dobbiamo permettere che il sacrificio di questi due consorti ferocemente assassinati passi presto nel dimenticatoio, confuso nella miriade di notizie quotidiane, in cui ognuna sembra abbia lo stesso rilievo.

La mia proposta è che il 30 settembre di ogni anno, ricorrenza del massacro dei coniugi Marconi di Montelupone, divenga il giorno della memoria marchigiana per le vittime dei crimini in tempo di pace. Contro questa barbarie che attenta ai nostri diritti fondamentali, dobbiamo opporre tutta la forza dei nostri valori, tutta la potenza della nostra cultura e della nostra storia, e tutte le risposte della politica buona. Paolo e Ada potrebbero ben rappresentare i genitori o i nonni tipici della nostra terra. Per rispetto verso di loro e di tutti i marchigiani che hanno contribuito a realizzare questa magnifica regione, riporto un brano di una poetessa torinese dedicato alle Marche: «Magia del Paese. Noi, saliti quassù con le orecchie assordate dal traffico, stentiamo a credere. Eppure tutto questo esiste! È là, nella terra di Cecco e Federico! È là, nella marca d’Ancona. Il Marchigiano, formica d’Italia, è lassù, ove Dio è più vicino e la terra dà il grano benedetto».

Franco Rosini, Coordinatore regionale della Democrazia Cristiana.

 
   
 
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